Nel passaggio di fine Duecento, il nome di Guglielmo Stendardo entra nella storia di Pomigliano come quello del grande barone angioino che eredita il feudo dopo il padre, consolidando il controllo di una potente famiglia d’arme sul territorio.
Chi è Guglielmo Stendardo
La famiglia Stendardo è di origine provenzale e arriva nel Regno di Napoli al seguito di Carlo I d’Angiò. Il capostipite, Guglielmo “il Vecchio” Stendardo, è comandante di cavalleria, porta lo stendardo reale nella battaglia di Benevento (1266) contro Manfredi, ed è ricompensato con importanti feudi nel Mezzogiorno. Tra questi rientrano terre in Terra di Lavoro e nell’area nolana, in cui viene compreso anche il feudo di Pomigliano.
Alla morte del padre (intorno al 1271), i titoli passano al primogenito Guglielmo “junior” Stendardo, che eredita terre, rendite e prestigio. Questo secondo Guglielmo è figura di primo piano del regno angioino: gran maresciallo e gran contestabile del Regno di Napoli, con facoltà di nominare vice-contestabili, uomo di fiducia della corte e protagonista di campagne militari tra Calabria, Abruzzo e Principato.
La valutazione del feudo di Pomigliano
Nelle pagine dei Cenni storici di Pomigliano d’Arco di Salvatore Cantone, si ricorda che Pomigliano fu concesso agli Stendardo come ricompensa per la fedeltà militare, insieme ad altri feudi tra Terra di Lavoro e Campania. Il centro viene valutato 50 once annue di rendita, pari a 240 ducati, cioè circa 1020 lire dell’epoca, segno di un feudo di media importanza ma strategico per posizione e produzione agraria.
Questa stima economica non è un dettaglio tecnico: indica il valore che la corte angioina attribuiva a Pomigliano all’interno della sua rete di possedimenti, in un’area dove passavano vie di comunicazione tra Napoli, Nola e la pianura campana.
1295: un barone nel pieno del potere
Sul piano generale, le fonti biografiche ricordano che Guglielmo Stendardo “junior” è attivo nel 1295 come capitano militare e consigliere del re Carlo II d’Angiò: nel dicembre di quell’anno opera nel Principato, in Terra di Lavoro, nel Molise e in Abruzzo, comparendo anche nel consiglio che circonda Carlo Martello d’Angiò.
In questo quadro, la nomina e conferma del suo ruolo feudale su terre come Pomigliano si colloca proprio in questi anni, quando la monarchia angioina ha bisogno di uomini di assoluta fiducia per governare aree strategiche e potenzialmente instabili.
Per Pomigliano ciò significa:
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passare sotto un barone di peso nazionale, legato direttamente alla corte;
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inserirsi nella trama politico-militare angioina che presidia vie, campagne e castelli;
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vedere il proprio valore economico formalizzato in atti di concessione e di rendita.
Cosa cambia per Pomigliano
L’atto che lega Pomigliano a Guglielmo Stendardo non è solo una formalità giuridica, ma un cambio di stagione feudale:
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il paese entra stabilmente nel patrimonio di una grande casata del patriziato napoletano (Seggio di Montagna);
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la gestione del feudo è connessa alle strategie militari del Regno, visto il ruolo di maresciallo e contestabile del barone;
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si consolidano strutture signorili (palazzo, ufficiali, esattori) che continueranno a pesare sulla storia locale fino all’età moderna.
Guglielmo morirà nel 1308, sepolto a Napoli, ma lascia un segno duraturo: Pomigliano, valutato e organizzato come feudo “di squadra”, entra a pieno titolo nella geografia politica della monarchia angioina.
Nel 1295, dunque, il nome di Guglielmo Stendardo non è solo quello di un barone: è il sigillo che inserisce Pomigliano nella grande storia del Regno di Napoli




